Estratto dal libro “Fermiamo Mr. Burns” scritto assieme ad Alberto Zoratti
Il progetto Manhattan fu il primo grande esempio di militarizzazione della scienza, ovvero la prima ricerca scientifica organizzata su larga scala con la partecipazione di un ampio gruppo di scienziati di straordinario valore, un enorme numero di persone coinvolte – più di 150.000 –, e una disponibilità economica senza precedenti – 2 miliardi di dollari dell’epoca.
Come scrisse Carl Adler nell’American Journal of Physics: “I controeffetti di quel progetto furono almeno tre. Il primo è che, se si accetta la definizione di scienza come attività fondata sul consenso di tutti gli scienziati, in questo caso la fretta e il segreto militare impedirono il dibattito libero e aperto a tutte le soluzioni; di
conseguenza venne eliminata la procedura fondamentale su cui si basa la scienza.
Come seconda conseguenza, gli scienziati persero il controllo dei risultati del loro lavoro. Dopo la sconfitta della Germania, molti scienziati del progetto Manhattan cercarono di argomentare contro l’uso della bomba, e altri richiesero un dibattito pubblico prima che venisse presa qualsiasi decisione sul lancio della bomba. Manco a dirlo, furono ignorati. Il comitato governativo che consigliò in ultimo di lanciare la bomba era assistito da un altro comitato di quattro famosi scienziati (ovvero Compton, Fermi, Lawrence e Oppenheimer). Ma c’è da credere che essi furono chiamati per fornire nient’altro che spiegazioni tecniche.
In terzo luogo, a mio parere l’effetto negativo di gran lunga superiore agli altri fu che il progetto Manhattan, che in particolare aprì al mondo l’uso dell’energia nucleare e più in generale introdusse la ‘big science’, fece esplodere il più orrendo ordigno mai creato”.
“Oggi l’inventore solitario, che lavora artigianalmente, è stato soppiantato da gruppi organizzati di scienziati che lavorano in grossi laboratori. Allo stesso modo, l’Università libera, che tradizionalmente era la fonte della libertà di pensiero e delle scoperte scientifiche, ha subito una rivoluzione a causa della ricerca. Anche per i
suoi grandi costi attuali, la ricerca si dirige non più dove c’è la curiosità intellettuale, ma là dove è assicurato un contratto governativo” (o – bisognerebbe aggiungere oggi – un contratto con una multinazionale).
E così accade che “la scienza venga distorta quando diventa una parte di un programma istituzionale i cui obiettivi siano anche il semplice avanzamento della scienza stessa. Ci sono tanti esempi di giudizi scientifici subordinati ai fini delle istituzioni dalle quali dipendono”, come la sottovalutazione programmata e
subordinata a precisi interessi economici dei danni ecologici e dei rischi connessi con l’uso civile e militare dell’energia nucleare (e si potrebbero fare molti altri esempi). Nel periodo della Guerra Fredda hanno lavorato per la ricerca applicata di tipo militare circa un quarto di tutto il potenziale scientifico e più del 40% dei ricercatori impegnati nella ricerca e sviluppo. Con questa militarizzazione della scienza, come ha scritto Ralph E. Lapp, “inevitabilmente, lo scienziato accademico è stato cacciato a forza nella politica: come amministratore di progetti di ricerca, come consulente su problemi tecnici o su questioni di politica e di strategia… La guerra si è trasferita nei laboratori e i tecnici in camice bianco sono diventati soldati più importanti di quelli che imbracciavano le armi al fronte”.
Questo fece nascere delle contrapposizioni. Da una parte nacque il gruppo che fondò il prestigioso Bulletin of the Atomic Scientists e le prime società per la responsabilità degli scienziati. Erano quelli che intervenivano nel dibattito sulla bomba all’idrogeno (la prima costruita fu 60 volte più potente di quella atomica) per dire che “per la sua specifica natura (la superbomba) non può essere limitata a un obiettivo militare, ma diventa un’arma il cui principale effetto è quasi quello del genocidio.
È chiaro che l’uso di un’arma di questo tipo non può essere giustificato da nessun punto di vista etico che assegni all’essere umano una certa individualità e dignità anche nel caso in cui esso viva in un paese nemico. Il fatto che non esistano limiti al potere distruttivo di quest’arma fa sì che la sua semplice esistenza e la conoscenza di quest’arma fa sì che la sua semplice esistenza e la conoscenza di come fare per costruirla costituisca un pericolo per l’intera umanità. È necessariamente una cosa maligna, comunque la si voglia considerare”.
Dall’altra parte c’erano altri fisici, come Teller (il padre della bomba H) o Lawrence. Il primo aveva scritto che “lo scienziato non è responsabile delle leggi della natura. Il suo compito è di capire come operano queste leggi e trovare i modi in cui queste leggi possono servire la volontà degli uomini. Tuttavia non è compito dello scienziato decidere se una bomba all’idrogeno debba essere costruita, se debba essere usata, o come debba essere usata. Questa responsabilità ricade sul popolo Americano e sui rappresentanti che si è scelto”.
Il secondo aveva replicato alla frase di Oppenheimer “I fisici hanno conosciuto il peccato, e questa è una esperienza che non possono dimenticare”, affermando che “io sono un fisico e non c’è alcuna conoscenza, nella quale la fisica mi abbia fatto conoscere il peccato, che io debba dimenticare”. C’erano anche i componenti della fantomatica “Commissione Jason”, scoperta solo grazie ad una fuga di notizie. Si trattava di un gruppo di soli scienziati (tra i quali molti premi Nobel) che svolgeva il compito specifico di inventare armi scientifiche sempre più micidiali per la distruzione del Vietnam. Una delle loro “invenzioni” più agghiaccianti fu quella della sostituzione delle biglie di acciaio con quelle di plastica nelle bombe antiuomo, concepita appositamente per ferire le persone e non per ucciderle, perché mediante la cura di un ferito s’impegna per un lungo periodo sei persone specializzate, e comunque costituisce un segno vivente che contribuisce a
demoralizzare, mentre un morto si sotterra e anzi può stimolare il morale dei combattenti.
Per loro si potevano riprendere le parole di Hannah Arendt sulla vicenda del processo ad Eichmann, “Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e
dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica (…) che questo nuovo tipo di criminale (…) commetta i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male”.
I veleni della guerra fredda
Il 24 gennaio 1946, gli Stati Uniti avevano annunciato la scelta dell’atollo di Bikini, per l’Operazione Crossroads. Volevano dimostrare le terrificanti capacità distruttive della nuova arma usandola contro una flotta di navi da guerra in disarmo. Qualche giorno dopo 166 isolani di Bikini vennero deportati in un atollo
distante duecento chilometri. Non ci viveva nessuno a causa della limitatezza delle sue risorse.
Per la prima serie di test atomici del dopoguerra, c’erano 42.000 tra scienziati e militari, 250 navi e 150 aerei. In previsione c’era anche la prima esplosione nucleare subacquea del mondo, che fu fatta detonare il 25 luglio in mezzo alle 25 navi che galleggiavano ancora dopo lo scoppio della prima bomba. Causò una
colonna d’acqua che si sollevò poco sopra i 1.800 metri e avvolse l’intera laguna di Bikini in una nebbia altamente radioattiva. La contaminazione fu talmente grave che il terzo test atomico previsto venne cancellato.
Furono tra i primi di oltre mille test USA e secondo Greenpeace, di questi “esperimenti” atomici ce ne sono stati più di 2.000 (allegati 2 e 3 dell’appendice), un terzo dei quali avvenuti in atmosfera o in aree marine, per una potenza complessiva che ha superato i 500 megatoni, ovvero l’equivalente di più di 30.000
bombe di Hiroshima. Queste esplosioni hanno portato alla dispersione nell’ambiente di quasi 4.000 kg di plutonio e di circa 4.200 kg di uranio. In molti casi queste esplosioni si sono verificate nelle vicinanze di aree densamente popolate, o hanno visto la partecipazione attiva di truppe terrestri o di forze navali,
con un livello praticamente nullo di salvaguardia dagli effetti immediati e di lungo periodo delle radiazioni nucleari.
Nessuno può dire quante persone abbiano dovuto subire la stessa sorte che ha colpito i componenti di un peschereccio giapponese. Il 1 marzo 1954, sulla Daigo Fukuryu Maru piovve una sorte di nevischio, anche se il cielo era sereno. Si trattava di una pioggia di ceneri radioattive provocate da una nuova serie di esperimenti
con le bombe H che si erano svolti a circa 190 chilometri di distanza, sull’atollo di Bikini.
Proprio in quel periodo il pericolo di guerra si era di nuovo acutizzato: in Indocina la fortezza francese di Dien-Bien-Fu stava per cadere, e a Washington e Parigi si valutava la possibilità di un intervento americano contro l’avanzante esercito comunista. Il capo di stato maggiore americano, l’ammiraglio Radford, aveva
appena proposto l’impiego di una “bomba atomica tattica”.
Indeboliti da un male di cui non riuscivano a comprendere la natura, i pescatori sbarcarono qualche tempo dopo nel porto di Yaizu, e furono subito ricoverati. Uno morì pochi mesi dopo l’esperimento, e per i suoi connazionali fu subito il “primo martire della bomba H”. Per gli altri è stato l’inizio di una lunga odissea negli
ospedali giapponesi. Uno di loro inviò, tramite un giornalista, il seguente messaggio: “il nostro destino minaccia tutta l’umanità. Ditelo a coloro che sono responsabili – e voglia Dio che anch’essi odano”.
Un altro problema era quello delle scorie. Nel corso della guerra fredda nessuno, in USA come in URSS, si sognava di chiedere conto ai militari delle loro azioni. Così per decenni, milioni di metri cubi d’inquinanti radioattivi – quando andava bene – sono stati semplicemente pompati e sepolti nel sottosuolo, contaminando miliardi di metri cubi di suolo.
Negli USA, l’eredità delle scorie della guerra fredda ricade sulle spalle del Dipartimento dell’energia (DOE). Solo nel 2000, la gestione dei rifiuti nucleari è costata 6,4 miliardi di dollari. Mezzo miliardo in più di quanto l’EPA (l’Environment Protection Agency) ha speso per la salvaguardia dell’ambiente in tutti gli Stati Uniti.
Per tentare di dare una collocazione definitiva alle scorie nucleari – si dice pari a 37 milioni di metri cubi – e per cercare di decontaminare le aree dove si trovano i rifiuti nucleari di origine militare, il DOE ha pensato a quello che probabilmente è il più grande e costoso progetto elaborato dall’uomo. Si pensa di impiegare da 70 a 100 anni per una spesa preventivata che dovrebbe oscillare tra i 200 e i 1.000 miliardi di dollari.
Le aree contaminate sono vastissime. Solo a Hanford, nello Stato di Washington, l’area infiltrata da decenni di scarichi di materiale radioattivo è di almeno 1.450 chilometri quadrati. E poi bisogna trovare una sistemazione sicura per isotopi radioattivi con una vita media dell’ordine delle decine di migliaia di anni (cosa per
cui non esiste alcuna soluzione definitiva).
Nell’ex-URSS la situazione – come si può immaginare – è persino più drammatica. La prima bomba atomica sovietica, fatta esplodere nell’agosto del 1949 (giusto in tempo per il settantesimo compleanno di Stalin), fu costruita utilizzando il plutonio prodotto a Chelyabinsk-40.
Era uno dei tre principali luoghi fortificati – non apparivano nemmeno sulle carte geografiche – che portavano avanti il programma nucleare sovietico, e la zona in cui sorge è con ogni probabilità la più contaminata del pianeta. Dal 1949 al 1956, 76 milioni di metri cubi di scorie liquide altamente tossiche vennero scaricate nei fiumi Techa, Iset e Tobol, contaminando più di centomila abitanti della zona. In seguito si stabilì di rilasciare gli scarichi dell’impianto in un lago senza sbocchi diretti nell’oceano, il Karachai. Durante un periodo di secca – era l’estate del 1967 – la riduzione del livello del lago rivelò una melma altamente radioattiva che, dopo essersi seccata, fu portata via dal vento e contaminò un’area di oltre duemila chilometri quadrati (e mezzo milione di persone).
Il 29 settembre 1957 un deposito di residui nucleari liquidi esplose a causa di un problema al meccanismo di raffreddamento. Conseguentemente, si formò una nube tossica che sparse le scorie per le province di Chelyabinsk, Sverdlovsk e Tyumen. Più di 10.000 persone furono evacuate nel silenzio totale, poiché le
autorità sovietiche riuscirono a celare il fatto all’opinione pubblica globale. Negli anni seguenti, almeno 200 individui perirono in seguito alle radiazioni assorbite. A circa 30 chilometri da Chelyabinsk-40, c’è Muslyumovo. Conta 4.000 abitanti, e fu il solo villaggio lungo le sponde del Techa a non essere sgomberato. A partire dal 1950, i suoi abitanti furono soggetti ad esami obbligatori del sangue e del midollo osseo (i loro risultati però vennero resi di dominio pubblico soltanto una dozzina di anni fa). Questo fa pensare che per tanti anni furono considerati come cavie umane di un esperimento.
L’acqua del fiume è talmente radioattiva che i pesci sono scomparsi. La maggior parte degli abitanti ha contratto malattie correlate alle radiazioni, ma di queste malattie non si muore necessariamente in tempo brevi, e intanto i malati possono trasmettere i loro geni modificati alle generazioni future. Gli aborti spontanei sono numerosi, e quasi sempre i feti presentano grosse anomalie.
Come disse Farida Shaimardanova (un insegnante locale) ad un’équipe di cineasti che intendeva realizzare un documentario: “Nessuno sa niente di noi. Chernobyl è successo, ma era in Europa”. L’anno successivo, un altro abitante del villaggio rivolse alla troupe una domanda: “Non ci sono molte nascite, le donne non vogliono avere dei bambini. Chi ha bisogno di altri mutilati?”.
Seversk è una città della Siberia. Fino al 1992 era conosciuta solo con una sigla, Tomsk-7, ed era accessibile al resto dei cittadini sovietici solo attraverso una casella postale perché ospitava il più grande complesso nucleare del mondo, dove furono realizzate la gran parte delle decine di migliaia di testate nucleari montate
sui missili sovietici.
In questa zona, fino al 1982, vennero scaricati qualcosa come 280.000 metri cubi di liquidi contenenti isotopi radioattivi a lunga vita per un totale stimato di 4,6 milioni di TeraBecquerel (e per intenderci la bomba di Hiroshima, dopo 12 ore dall’esplosione, aveva un fallout di 5 milioni e mezzo di TeraBecquerel) in due pozzi, chiamati B1 e B2. Non erano serbatoi chiusi, ma vere e proprie piscine scoperte per cui hanno contaminato la flora e fauna locale. E come in tutte le regioni estreme sono frequenti le tempeste di vento.
Complessivamente i siti di stoccaggio di Seversk ospitano qualcosa come 36 milioni di metri cubi di liquidi radioattivi. Nessuno, in tutta la Russia (come nel resto dell’Unione Sovietica), sa quante scorie nucleari sono state disseminate nell’ambiente durante la guerra fredda. E nessuno sa come limitare i danni ambientali prodotti dalle scorie nucleari. Se anche qualcuno sapesse cosa fare, la Russia, come gli altri paesi dell’ex-Unione Sovietica, non hanno i soldi per compiere un’opera che avrebbe dimensioni titaniche.