All’inizio degli anni Duemila, è apparso un mio libro intervista a Serge Latouche. L’obiettivo di quel libretto era spiegare il suo pensiero nel modo più semplice possibile. In questo ed in altri post ne ripubblico le parti più interessanti.
Qual’era “la maledizione” lanciata da Aristotele contro l’economia?
Si sa che Aristotele – anche se alla sua epoca l’attività economica era ancora allo stato embrionale – condannava con il nome di crematistica (Dal greco chrêma –atos, o ricchezza. E’ un “sistema di acquisizione della ricchezza fondato sullo scambio dei beni mediante l’intervento della moneta (il termine è dovuto ad Aristotele)” Cfr. Enciclopedia universale Rizzoli-Larousse, vol. IV, p. 639, Rizzoli, Milano 1967) quello che per noi è l’essenza stessa dell’attività economica, ossia la ricerca del profitto. Il rapporto di scambio Merce-Denaro-Merce (M-D-M), ossia la vendita del surplus per acquistare tutto ciò di cui abbiamo bisogno, si corrompe in un rapporto di scambio Denaro-Merce-Denaro (D-M-D), cioè acquistare ai prezzi più bassi possibili per rivendere ai prezzi più alti possibili guadagnando denaro. Questo capovolgimento gli sembrava condannabile, perché contro natura, ma soprattutto contrario alla civiltà. Fare soldi con i soldi, non solo è contrario alla fertilità delle specie, ma è anche un obiettivo contrario al bene comune. Un mondo di persone che guadagnano non è compatibile con la cittadinanza, e lo è ancora meno con l’isonomia e, beninteso, con la giustizia.
Non c’è dubbio che il bene secondo Aristotele non è il nostro. Noi non abbiamo più il senso politico che fondava la sua etica. Noi, in particolare esigiamo una libertà privata infinitamente maggiore. Tuttavia l’ideale del bene comune e della giustizia resta lo stesso.
Io aggiungo che il pericolo della relazione economica fondamentale D-M-D non risiede tanto nel guadagno illecito o nell’ingiusta misura degli uomini denunciata da Aristotele, quanto nell’ineluttabile inclusione dell’uomo, e del mondo, nella merce. In altre parole si tratta della strumentalizzazione dell’essere umano e del mondo come cavie, o come merce.
Quando nasce l’economia come noi la conosciamo?
L’intero problema della genesi della scienza economica è stato quello di risolvere in qualche modo la quadratura del cerchio: come conciliare la vita morale e quella degli affari, o per usare le parole di Mitterand, come riconciliare i francesi col denaro, tre secoli dopo gli anglosassoni?
La crisi scoppia nel secolo XVII nell’ambito del mondo commerciale puritano con Bernard de Mandeville e la sua celeberrima “Favola delle api”. La prosperità e la virtù per questo autore sono rigorosamente incompatibili: l’alveare è prospero ma vizioso oppure virtuoso ma povero.
Come riuscire a scollegare allora il business dalla morale? Adam Smith si dedicherà con successo al problema ricorrendo a due artifizi: separa arbitrariamente una sfera privata, terreno della vita morale – è l’oggetto della Teoria dei sentimenti morali del 1759 -, da una sfera economica, ed esonera la sfera economica dal sospetto di immoralità, mostrando che normalmente il perseguimento dell’interesse personale genera il bene comune attraverso la “mano invisibile” (è l’oggetto della Ricchezza delle nazioni del 1776). Prendendo per buoni i due artifici si rovescia l’onere della prova e il peso del sospetto. Guadagnare denaro con il commercio non ha nulla d’immorale salvo prova contraria (distorsione criminale, traffici illegali, inganno…).
Un simile tentativo non può reggere…
Infatti. L’armonia naturale degli interessi – la “mano invisibile” – è un caso felice, che si produce solo in contesti molto particolari, ma non è generalizzabile. E poi si arriva ad un paradosso.
Da una parte, l’attività economica è detta neutra quanto ai valori, poiché si tratta di un’azione razionale. In perfetta coerenza con questa visione, Milton Friedman dichiara che l’unica responsabilità dell’impresa consiste nell'”utilizzare le sue risorse e nell’impegnarsi in attività destinate ad aumentare i profitti, purché rispetti le regole del gioco, cioè quelle d’una competizione aperta e libera senza imbrogli né frodi”.
Dall’altra parte, l’attività economica è ritenuta “buona” perché “efficiente” – cosa di cui si può discutere – e perché nella società moderna l’efficienza è identificata con il Bene, o almeno come condizione del Bene, perché massimizzando la propria ricchezza, l’impresa massimizzerebbe il benessere sociale di tutti, cioè “il più grande benessere per il maggior numero”. Come possa essere neutra e contemporaneamente buona resta un mistero.
Che posto ha la natura nel modello economico?
Secondo Jean Baptiste Say “le ricchezze naturali sono inesauribili perché, in caso contrario, non potremmo ottenerle gratis. Poiché non possono essere moltiplicate né esaurite, non sono oggetto della scienza economica”.
Un secolo dopo, quando il Club di Roma ha lanciato l’allarme sull’esaurimento delle risorse naturali, si sono sentite dichiarazioni simili da parte di molti grandi economisti. Senza contare che si insegna ancora agli studenti, nelle università, che aria e acqua sono risorse illimitate, quindi non sono beni economici. Il premio Nobel, Robert Solow, precisa: “E’ molto facile sostituire le risorse naturali con altri fattori. Perciò in linea di massima, non vi è alcun problema; il mondo può andare avanti anche senza risorse naturali. Il loro esaurimento è semplicemente un evento, non una catastrofe”.
L’ultimo legame con la natura viene spezzato quando gli economisti neoclassici – come Philip Wicksteed, Knut Wicksell e John Bates Clark -affermano che i fattori naturali di produzione (in particolare il suolo) sono riconducibili a due soli fattori, capitale e lavoro.
Si arriva così ad una separazione radicale degli uomini dalla loro base naturale. La natura è un avversario radicale del genere umano: interesse comune di tutta l’umanità è la lotta contro la natura. “La natura – dice Bacone – è una femme publique: noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri”. Descartes assegna all’uomo moderno la missione di essere padrone e possessore della natura, ed effettivamente, nei secoli seguenti, questo programma è stato realizzato in pieno. Spogliata dalle scorie della tradizione, dei pregiudizi e dei dogmi, la natura non è altro che un ammasso di materie prime da trasformare in “ricchezze”.