La Juventus nelle parole di chi l’ha resa grande (quinta puntata)

  • “Quando, nel giugno del 1957, giunsi in aereo alla Malpensa, fui subito caricato su un’automobile che si arrestò soltanto al casello di Novara, sull’autostrada tra Milano e Torino. Lì mi dissero di salire su un’altra macchina, che attendeva. Al volante c’era Umberto Agnelli. ‘Sono due anni che ti aspettiamo’ mi disse lui, sorridendo. ‘E io aspetto la Juventus da cinque anni’, gli dissi, in uno spagnolo assai facile da capire”. “Sentimentalmente, io ero già della Juventus molto prima di fimare il cartellino. La favola bianconera
    narratami da Renato Cesarini mi aveva stregato. Quando si erano mossi gli emissari bianconeri, capeggiato da un caro amico, ora scomparso, Cerletto Levi, tutto mi era sembrato perfettamente logico, naturale. Io ‘dovevo’ finire alla Juventus. Tre anni prima, Di Stefano era andato al Real Madrid per due milioni di pesos. All’inizio di quell’estate 1957, l’Inter aveva ottenuto Angelillo e il Bologna aveva ottenuto Maschio: per ogni giocatore erano stati pagati cinque milioni di pesos. L’Inter aveva anche cercato di ottenere dal River il mio cartellino. Si era occupato delle trattative un certo Latronico. Le sue offerte erano salite da cinque a sei e poi a sette milioni di pesos, e infine si erano avvicinate alla cifra ‘folle’ che il River, bisognoso di molti soldi per rifare le tribune del suo stadio principale, aveva sparato: dieci milioni di pesos, all’incirca centosessanta milioni di lire, un record per quel tempo. Le manovre dell’Inter si erano bloccate quando, per un intralcio di natura burocratica, stentavo a reperire, presso il Municipio di Cavi di Lavagna, col fragile sistema delle richieste epistolari, i documenti che comprovassero la mia situazione di oriundo. Non appena ritrovai i documenti, trovai anche sulla mia strada la Juventus. Fu lei a sborsare quei dieci milioni ed a me toccò un buonissimo ingaggio”. (Omar Sivori)
  • “Chi indossa la nostra divisa, le rimarrà fedele malgrado tutto, e la terrà come prezioso ricordo”.
    (Eugenio Canfari)
  • “Certo che avrei potuto anch’io, con l’arrivo dello svincolo, spuntare contratti faraonici, ma di
    squadre come questa ce n’è una sola. Ed io preferisco concludere la mia carriera alla Juventus.
    Senza fretta, però, ho il conforto dell’esempio di Zoff, un uomo che mi ha insegnato a non guardare
    indietro”. (Gaetano Scirea)
  • “La Nazionale e la Juventus sono state due grandi storie d’amore nella mia vita di allenatore”.
    (Marcello Lippi)
  • “E con la maglia bianconera realizzai finalmente i miei sogni, una soddisfazione che non è possibile esprimere a parole. D’altronde, degli scudetti vinti con la Juve e della mia stupenda esperienza in azzurro saprai già tutto, spero solo che tutto questo possa continuare a lungo. Perché Tardelli, che qualche anno fa giocava a fianco di Palla nel Pisa e non era nessuno, oggi gioca con Antognoni in Nazionale e, stando almeno a Bearzot, è uno dei migliori undici atleti d’Italia. Se torno indietro col pensiero, quasi non ci credo”. (Marco Tardelli)
  • “È forse e senza forse la Juventus più bella in cui ho giocato. C’era Rinaldo Martino, un virtuoso, finché non arrivò sua moglie dal Sudamerica ad angustiarlo, fu un compagno ideale. Ma arrivò la moglie e cambiò d’umore. Non salutava più nessuno. Pensava solo a rimpatriare. E l’altro danese Praest, un fanciullone, passava subito dalla tristezza alla gioia, certe partite sotto la pioggia, il campo dalla parte dove giocava lui, lo notai a Firenze e a Roma ad esempio, era come se ci fosse passato l’aratro. Ragazzo buono e dedicato. Ma la squadra era forte per tutto l’impianto. Parola era centromediano. Non ho più visto un difensore con la sua classe. Lo considero tra i più grandi di ogni tempo. E il mio amico Muccinelli che con Carter che se ne intendeva, pur avendo l’imperdonabile difetto di volerci far lavorare troppo – non capiva che a noi italiani non piace molto l’allenamento – giocò sempre ”.
    (Gianpiero Boniperti)
  • “È come uno di quei sogni che sai che non si potranno mai realizzare e, di colpo, diventano realtà. Ammetto di avere avuto una fortuna sfacciata e di aver rischiato; ho rifiutato la Lazio, perché volevo una sistemazione migliore, ma potevo anche rimanere in serie B e, magari, perdere il treno del grande calcio. Sono stato, forse, aiutato il destino, perché puntavo in alto. Sono bianconero, cioè ho raggiunto quella che è la migliore società d’Italia e, forse, di tutto il mondo”. (Massimo Briaschi)

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