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- (Sull’abolizione della sede) “Si comprese che per riunirci i caffé erano fatti apposta, almeno d’inverno. D’estate, che diamine, c’erano le panche dei viali… per l’inverno fu scelto il caffé della borsa in via Roma… per l’estate la panca di Corso Re Umberto”. (Eugenio Canfari)
- “I miei ricordi legati all’Avvocato sono tanti, ma ce n’è uno che mi fa piacere raccontare in quest’occasione. Accadde proprio in quel mio primo anno alla Juventus. Prima della partita casalinga con il Milan, che poi perdemmo 1 a 0, in squadra c’erano molti giocatori infortunati e Trapattoni decise di farmi giocare. Era la mia prima partita importante, avevo solo 19 anni. Ricordo che prima di scendere in campo per il riscaldamento pre-gara, mi chiamarono perché c’era una telefonata per me. Mi avvicinai ad un telefono del ‘Delle Alpi’ e sentii la voce dell’Avvocato. Voleva farmi un ‘in bocca al lupo’. Rimasi senza parole”. (Alessandro Del Piero)
- “Cura di spiriti, la mia. Non c’è giocatore che nel corso di un campionato non attraversi periodi più o meno lunghi di minorate condizioni fisiche, aggravate spesso da una conseguente sfiducia nei propri mezzi. Basta che un uccello di malaugurio gridi il ‘giù di forma’, perché si crei intorno al giocatore un’atmosfera di diffidenza, e, talvolta, anche di derisione. La folla dimentica spesso che l’uomo al quale grida il suo disappunto è quello che poco tempo prima ha portato in trionfo. E parla, allora, senza nulla sapere di preciso, di vita sregolata, di scarso impegno, di progettata emigrazione in altro club e di cento altre stramberie del genere!”. (Carlo Carcano)
- “A Torino mi sono ambientato subito, la città la sento oramai mia; bella e storica, praticamente unica. La Juventus, nessuno ha il fascino di questo club. Per non parlare, poi, dei nostri tifosi; in qualsiasi città o stadio d’Europa, anche il più piccolo ed impensabile, non siamo mai soli”. (Julio Cesar)
- “Ho sempre considerato la Juve la realizzazione dei miei sogni. Il calcio per me è la Juve, non vedo alternative”. (Roberto Bettega)
- “Si può far tutto, ma la famiglia non si può lasciare. E la Juve fa parte della mia famiglia”. (Gianni Agnelli)
- (Su Gaetano Scirea) “Non mi chiedeva mai denaro, anzi dovevo quasi convincerlo a domandare di più. Gli dicevo di picchiare alle caviglie, se serviva. Mi rispondeva: presidente, lo sa che non sono capace. Gai era un uomo meraviglioso”. (Gianpiero Boniperti)
- “Dopo ogni allenamento Rosetta andava ad asciugarsi e si curava le scarpe come cose sacre. Monti era sempre troppo serio e andava d’accordo solo con Bertolini. Combi nelle sue uscite dai pali ci terrorizzava. Una volta il suo pugno riuscì a beccare anche me. Rimasi svenuto cinque minuti. Rosetta si portava nella valigia in trasferta per scaramanzia il vestito nero, quello col quale si era sposato. Era un grandissimo giocatore, però nella partita facile si sfaticava. Come terzino faceva in un tempo solo quello che gli altri facevano in due o tre tempi. Passava al volo di prima tutti i palloni. Non ne colpì mai uno di testa. Orsi era simpatico, suonava il violino, mi chiamava spesso al telefono e mi diceva: ‘ascolta questo tanghito’. Cesarini era una testa pazza, ci faceva ammattire tutti. A fine carriera, ormai nel 1941-42, giocai nella Sanremese, che era una dépendance della Juventus ed infine tornai a Trieste, dove disputai le mie ultime partite. Ricordo quella contro una squadra militare tedesca. Io ero il capitano, con me c’era anche Nereo Rocco. Invasione di campo, calci e pugni: non ci tiravamo indietro! Ho appeso le scarpe al chiodo a trentasei anni, nel 1942. Da allora sono diventato più juventino di prima”. (Mario Varglien)